Breve storia dell’ Ashtanga Yoga
Breve storia dell’ Ashtanga Yoga
INTRODUZIONE ALLA STORIA DELL’ASHTANGA YOGA
1° parte
A cura di Giuliano Vecchiè
L’Ashtanga Vinyasa Yoga non nasce agli inizi del secolo scorso, ma da una tradizione millenaria portata avanti da una catena di maestri nell’arco di vari millenni.
Nello specifico, l’Ashtanga Yoga lo si può effettivamente far nascere, come tecnica, agli inizi del secolo scorso in quanto diffuso da Sri K. Pattabhi Jois, allievo di Sri T. Krishnamacharya. Ma è da questo grande maestro che si dovrà partire per capire meglio come si è evoluta la tecnica e la teoria dell’Ashtanga Vinyasa Yoga.
Sri Tirumalai Krishnamacharya
Sri Tirumalai Krishnamacharya nasce il 18 novembre del 1988 in Muchukundapuram nel Karnataka, India del Sud, da una famiglia di grandi insegnanti di Yoga con una tradizione ancestrale risalente addirittura al grande Yogi Nathamuni, autore di Yoga Rahasya. Sri Krishnamacharya cominciò ad apprendere lo Yoga da suo padre, grande “pandit” (esperto) di Veda.
Un altro grande maestro di T.Krishnamacharya fu il grande Yogi H. H. Sri Srinivasa Brahmatantra che era a capo del Parakala Math di Mysore. All’età di 12 anni, T. Krishnamacharya studiò grammatica sanscrita, filosofia Vedanta e Tarka (Logica) con il grande Maestro Sri Krishna Bhramatantra Swami, guru religioso del Maharaja di Mysore. Da questi studi, Krishnamacharya continuò poi con vari maestri per apprendere il più possibile sia nel campo del Sanscrito che delle correnti filosofiche indiane e dell’Ayurveda.
Interessante è l’episodio riferito da suo figlio, Sri Desikachar nel suo libro su T.Krishnamacharya, ove viene raccontato il sogno che T.Krishnamacharya ebbe all’età di 16 anni relativamente al suo antenato Sri Nathamuni, il grande Yogi di secoli e secoli fa.
Le radici dello Yoga di Krishnamacharya
Sri Nathamuni, il primo della linea dei suoi antenati Acharya (maestri di Yoga) di corrente Vaishnava, vissuto nel decimo secolo dopo Cristo, gli apparve in sogno e gli chiese di andare ad Alvar Tirunagari nel Tamilnadu. Sri T.Krishnamacharya raccolse un po’ di danaro per il viaggio e andò ad Alvar per visitare il tempio di Vishnu. Là egli vide un vecchio a cui chiese dove avrebbe potuto incontrare Sri Nathamuni. Il vecchio girò la testa verso una particolare direzione. Krishnamacharya andò verso quella direzione, finché arrivò sotto un albero di mango vicino al fiume Tamraparani. Era molto stanco e non aveva mangiato nulla per tutto il giorno e così cadde a terra privo di sensi. Fu così che gli apparvero tre saggi davanti ai quali lui si prostrò richiedendo di essere istruito nello Yoga Rahasya.
Sri Nathamuni era seduto in mezzo ai due saggi e cominciò a recitare i versi del testo. Krishnamacharya trovò la sua voce molto dolce e musicale e dopo qualche ora aprì gli occhi e guardandosi intorno, non vide nessuno intorno a sè. Anche l’albero di mango era sparito. Krishnamacharya tornò indietro e rivide il vecchio seduto esattamente dove era prima. Una volta che si fu avvicinato al vecchio, egli gli chiese se aveva ricevuto gli insegnamenti sullo Yoga Rahasya e gli consigliò di entrare nel tempio per offrire le sue preghiere. Una volta uscito dal tempio, il vecchio sparì. Fu allora che Krishnamacharya capì che quel vecchio altri non era che il saggio Nathamuni. Egli aveva quindi ricevuto l’antico testo Yoga Rahasya direttamente dalle mani dal suo antenato Sri Nathamuni.
Il testo quindi era ritornato alla luce in quello strano modo, forse al fine di evitare la morte di una tradizione millenaria. Gli insegnamenti dello Yogi Nathamuni sono quindi da considerarsi come la vera base da cui Krishnamacharya ricavò i principi della pratica e dello stile di vita dello Yoga.
T. Krishnamacharya incontra il suo Maestro Sri Mohanbrahmachari
Dopo altri studi con grandi maestri su vari argomenti come i Veda, il Vedanta, i Darshana indiani e il Sanscrito, T.Krishnamacharya va nel 1906 a Benares per approfondire la lingua Sanscrita e altre materie. A Benares, Krishnamacharya pratica le tecniche yoga insegnatagli dal padre e un santo lo indirizza ad un noto esponente dello Yoga chiamato Sri Babu Bhagavan Das al quale egli chiede di sostenere l’esame nelle tecniche Yoga. In effetti si presentò come candidato alla Patna University e presto passò l’esame sia in Samkya che in Yoga. I suoi esaminatori, Vamacarana Bhattacharya e Ganganath Jha furono impressionati dalle sue conoscenze e dal suo desiderio di apprendere sempre di più, per cui Ganganath Jha gli diede un consiglio.” Se veramente vuoi diventare Maestro di Yoga, devi andare oltre il Nepal in quanto là vive Yogisvara Rama Mohana Brahamachari. In lingua Gurkha esiste un libro chiamato Yoga Kurantam, un libro che riporta informazioni pratiche sullo Yoga e sulla salute. Se vai da Rama Mohan Brahamachari tu potrai apprendere veramente il completo significato degli Yoga Sutra di Patanjali”.
Al sentire ciò, Krishnamacharya sentì subito il desiderio di partire per incontrare quello che sarebbe diventato per sette anni e mezzo il suo unico Guru nello Yoga: Sri Rama Mohana Brahamchari
Dopo un lungo viaggio in Tibet, Krishnamacharya arriva in una località sperduta chiamata Mansarovar e qui incontra una figura altissima con una lunga barba, e indosso scarpe di legno. Quella maestosa figura di eremita è Sri Rama Mohana Brahmachari.
Il Maestro ha una moglie e tre figli e si nutre esclusivamente di frutta e chapati.
Per tutto il periodo in cui Krishnamacharya rimane con lui, egli ha modo di apprendere tutte le tecniche di Hatha Yoga e Pranayama così come sono descritte in lingua Gurkha nel testo Yoga Kurantam, che Krishnamacharya impara a memoria ed ha modo di comprendere fino in fondo il significato vero e profondo degli Yoga Sutra di Patanjali. Nei primi tre anni di permanenza memorizza i testi di Yoga, tra cui gli Yoga Sutra, e il Samkya Darsana. Nei tre anni successivi, apprende la pratica dello Yogabhyasa (il più autorevole commentario sugli Yoga Sutra di Patanjali scritto da Vyasa forse tra il VII e il XII secolo) e nell’ultimo anno e mezzo studia altri importanti tecniche.
Krishnamacharya avrebbe sicuramente voluto continuare a rimanere presso il suo maestro per il resto della vita, ma fu proprio Sri Mohana Brahmachari a dirgli che doveva ritornare nella società per sposarsi e trasmettere il messaggio dello Yoga. E’ per questo che Sri Krishnamacharya ritorna nella società nel 1922 per continuare i suoi studi, diventando in seguito un grande esperto di Yoga, e una vera autorità nelle scritture.
La svolta per Sri Krishnamacharya avviene nel 1924-5 quando il Maharaja di Mysore, Krisnaraja Wadiyar va a Benares per il 60° di sua madre e incontra Sri Krishnamacharya che diventa presto il maestro di Yoga suo e della sua famiglia. Certamente Sri Krishnamacharya sarebbe potuto diventare capo di qualsiasi Istituzione pubblica, ma decide invece di diventare Maestro di Yoga, scienza che all’epoca non era considerata in India nè una filosofia importante, nè molto rispettata (strano, ma vero).
Sri Krishnamacharya diventa il più importante consigliere del Maharaja e crea il suo Yogasala all’interno del palazzo Jaganmohan.
T. Krishnamacharya come maestro di Yoga
A causa del suo legame con la tradizione e della sue solide basi pratiche, Krishnamacharya era conosciuto come un maestro estremamente severo. Pochi studenti potevano resistere e corrispondere alle sue richieste. Nello Yogasala (scuola di yoga) c’era una sala molto grande ove gli insegnanti potevano insegnare ai loro rispettivi allievi. All’epoca si potevano vedere allievi camminare sulle mani, altri saltare in Chaturanga Dandasana e altri ancora praticare gli asana appesi ad una barra trapezoidale appesa al soffitto. Krishnamacharya stava in una sala separata ad esaminare il suoi pazienti mentre gli studenti, inclusi i suoi figli, venivano istruiti dai suoi assistenti.
Nasce la tecnica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga (Vinyasa Krama)
La tecnica del Vinyasa Krama (serie di posizioni ordinate in una sequenza logica ed eseguite una dopo l’altra fino ad arrivare di nuovo alla posizione di partenza) viene per prima applicata ai bambini che vengono introdotti allo Yoga. Ai bambini venivano indicate le posizioni attraverso l’annunciazione di un numero, così come si fa nel Vinyasa Yoga (es. nel primo Saluto al Sole) ove il comando Ekam (uno) indicava Samasthiti, Dwe (due) indicava Uttanasana, ecc... In questo modo i bambini apprendevano le posizioni più attraverso il loro numero che attraverso il loro nome. Dopo un anno, i bambini dovevano sostenere un esame su tre livelli: prathama, madhyama e uttama. Ogni livello consisteva in una sequenza di posizioni e l’esame comprendeva un dimostrazione pratica davanti a una giuria; ogni posizione doveva essere eseguita alla perfezione e dopo l’esame si procedeva a premiare chi aveva eseguito le posizioni al meglio. Spesso questi esami avvenivano in presenza del Maharaja o di una suo rappresentante.
Questo modo di trasmettere gli asana seguiva gli insegnamenti di Sri Nathamuni che diceva che ai bambini si dovevano insegnare tutti gli asana per dare loro agilità e padronanza del corpo.
Krishnamacharya divideva la pratica in tre parti, per cui se uno voleva sviluppare la forza fisica, la forza di concentrazione, il potere di eseguire posizioni difficili ecc., si utilizzava il “Sakti krama”, intendendo sakti come forza. Il secondo tipo di pratica, chiamata “Adhyatmika krama”, significava andare oltre il fisico per comprendere Dio o se stessi. Il terzo tipo di pratica era detta “Chikitsa krama”, yoga terapia, che comprendeva la modifica delle posizioni e gli esercizi di pranayama al fine di ridurre un certo problema fisico. In accordo con quanto diceva Krishnamacharya, il Cikitsa Krama serviva ad eliminare le impurità in quello che lui chiamava i Kosa (organi) e nadi (canali energetici). Il tenere aperti questi canali e il fare fluire senza sforzo questa energia veniva ritenuto da lui molto importante per uno studente.
Secondo Krishnamacharya, la pratica degli asana e del pranayama rappresenta un punto d’inizio per la maggior parte delle persone, tuttavia lo scopo dello yoga, inteso come “unione”, spesso si perde nel cercare di rendere la pratica piacevole da vedere.
Secondo Krishnamacharya, non si può sfuggire allo scopo ultimo dello Yoga inteso come unione, e il respiro diventa di importanza fondamentale. Il come la pratica potesse apparire era ritenuta da lui assolutamente irrilevante. Ciò che conta è come l’individuo si sente durante la pratica e la segue. Nel modo di pensare di Krishnamacharya, l’uso del respiro durante la pratica dell’asana richiedeva da parte dell’allievo l’attenzione in ciò che stava facendo nel tentativo di coordinare il respiro al movimento del corpo. Ogni movimento era basato su ciò che il corpo normalmente fa durante ogni inspirazione ed ogni espirazione. Così facendo la pratica dell’asana comprendeva l’unione del corpo, del respiro e della mente.
NB: Alcune delle informazioni sopra riportate sono liberamente tratte dal testo “Sri Krishnamacharya The Purnacharya” pubblicato dal Krishnamacharya Yoga Mandiram, che ringraziamo.
(copyright by Giuliano Vecchiè)