Respira e divertiti!

di Tim Noworyta traduzione a cura di Margherita Barbisio

Ashtanga Yoga Workshop con David Swenson
“Divertimento” non è probabilmente la prima parola che ti viene in mente nel parlare di Ashtanga Vinyasa Yoga. Dopo tutto chiunque pratichi questa forma di Yoga così impegnativa sa che già il completare i saluti al sole all’inizio della pratica può essere considerato di per sé molto “challenging” (di sfida).

E chiunque sia passato attraverso tutta la pratica della Prima Serie o abbia tentato di approcciare qualcosa della Seconda Serie sa quanto sforzo e determinazione ciò richieda. Tuttavia “fun” (divertirsi) è esattamente ciò che David Swenson ci ha incoraggiato a fare nel suo workshop tenutosi il 21-23 gennaio presso il First Congregational Church in Evanston, sponsorizzato da Suddha Weixler del N.U. Yoga Center. Per David, che pratica Ashtanga Yoga da più di 27 anni, godere della propria pratica permette di raggiungere i benefici derivanti dallo sforzo richiesto. Questi benefici sono: una mente calma e serena, una maggiore attenzione, una maggiore consapevolezza e un atteggiamento positivo che renda la vita più dolce e piacevole.

“Qual’ è il messaggio più importante che vorrei trasmettere alla gente riguardo all’Ashtanga Yoga? Godete della pratica e divertitevi con essa!” dice Swenson. “Non amo che la gente divenga tesa a causa della pratica. Mi piacerebbe che si rilassasse senza curarsi di fare tutto perfettamente. Cercate il piacere in essa e siate felici!” Si tratta di consapevolezza. Ciò non vuole dire agire a casaccio o fare il buffone. Per trovare il piacere dovete essere focalizzati, dovete entrare in profondità nella pratica. “Potete praticare yoga, oppure fare un asana dei vostri”, dice David. “Lo yoga non riguarda la forma o il raggiungimento dei diversi livelli di asana. Ashtanga yoga significa sincronismo, combinare il respiro, il movimento, i bandha (blocchi dell’energia) e il drishti (sguardo) eseguiti tutti contemporaneamente, mantenendo una calma concentrazione che libera la mente e la fa andare oltre gli asana, in una consapevolezza più profonda del momento. Se raggiungete una posizione perfetta da vedere, ma non riuscite a mantenere la concentrazione e a farla diventare anche parte della vostra vita, questo non è yoga.”

“David ha osservato che molti occidentali pensano all’esercizio dell’Ashtanga in modo lineare. Considerano ogni serie come un superamento della precedente, un passo ulteriore verso il samadhi o la consapevolezza finale. Perciò considerano la pratica come una scala da salire: Prima serie, serie Intermedia, serie Avanzata A, serie Avanzata B ecc. Pensano che più alto è il livello, migliore sia lo yoga e gli yogi o le yogini che lo raggiungono. Invece, secondo David, i vari asana e livelli di esercizio sono tutti un mezzo per suscitare il nostro interesse. “Cosa accadrebbe” dice, “se l’esercitazione terminasse con i saluti al sole. O con le posizioni in piedi. O addirittura con navasana (la metà della Prima serie). Quanti di voi sarebbero ancora qui oggi? Quanti di voi continuerebbero a praticare l’Ashtanga? Oppure che accadrebbe se praticati tutti i livelli arrivaste alla fine di tutti gli asana. Dove andreste dopo? Cosa fareste? Potreste ritornare all’inizio, suggerisce, e vedere ciò che avete perso. Ciò che avrete perso è la profondità della pratica, la profondità della consapevolezza di ogni singolo respiro, di ogni singolo movimento." “E’ tutto in surya namaskara A” dice ”Ciò che rappresenta il progresso nella pratica non sono gli asana. Il progresso sta nella vostra consapevolezza e nella capacità di portare questa consapevolezza negli altri aspetti della vostra vita.”

Per David lo yoga è uno strumento per sviluppare la consapevolezza e per vivere meglio. “Lo yoga rende tutto più facile nella mia vita” egli dice, “anche se tutte le altre cose della vita (come il correre o la malattia terminale di suo padre) rendono più difficile il mio yoga. Lo yoga ci impartisce molte lezioni utili per la nostra vita. Il modo in cui affrontate lo yoga, dice molte cose circa il vostro modo di affrontare la vita. Per esempio, cosa fate con una posizione che non vi piace? Respirate veloci per passare oltre? La evitate del tutto? Oppure, eseguendola, respirate lentamente come fate con le posizioni che vi piacciono?”

Tutta la vita in un respiro
Il cuore dell’Ashtanga, dice David, è il respiro. L’esercizio, come la vita, inizia con un’inspirazione mentre sollevate le braccia per la prima posizione del saluto al sole A. E termina con un’espirazione entrando in Savasana, la posizione del cadavere. La profondità dell’esercizio dipende dalla costanza della qualità del respiro e dal considerare ogni respiro come una vita completa. Ogni nuovo respiro è un nuovo attimo di vita, e la pratica significa cercare la novità in ogni momento.
“Nel Vinyasa, respiro e movimento sono un tutt’uno,”, dice, “ noi li intrecciamo a formare quella tela che è la nostra pratica, formando un arazzo dove i due sono così intrecciati tanto che non vi è distinzione fra respiro e movimento. E’ qui che troviamo lo yoga.”

La vostra pratica quindi non sta nel come duramente lavorate, ma nel come lavorate senza sforzo. Non occorrono grandi movimenti, ma movimenti delicati e bisogna cercare di conservare l’energia. David dice che il trucco sta nel lavorare in modo energetico, non con esibizione di muscoli, ma nel lasciarsi andare nello stesso momento in cui si fa lo sforzo. Invece di procedere a strattoni, con sforzo, in modo staccato e duro, il movimento deve essere morbido, leggero e fluido. Allora volerete facilmente nella pratica, senza sforzo “come alghe marine”. Naturalmente dovrete mantenere il flusso della respirazione Ujjayi (quella che causa un suono in cima alla trachea), mentre mantenete Mula Bandha e Uddiyana Bandha. Dovete anche usare il Drishti (oggetto su cui dirigere lo sguardo) e fare attenzione all’allineamento e alla tecnica (sollevare le anche per iniziare a saltare in avanti fra le braccia, tenere indietro le spalle nel triangolo). Come potete constatare l’Ashtanga non è “facile”. Quando fate la vostra pratica dovete fare attenzione a molte cose. Ma proprio questo è ciò che la rende efficace nell’aumentare la concentrazione e approfondire la consapevolezza.

L’ashtanga è per tutti
Alcuni ritengono che l’Ashtanga sia uno yoga da Corpo dei Marines, adatta solo a chi è giovane, agile e forte. Ma David Swenson non la pensa così.
“L’ashtanga non è da tutti”, dice. “ Ad alcuni può non piacere. Ma è per tutti coloro che vogliono praticarlo”. E con tutti intende ogni tipo di corpo alto, basso, grasso, magro, giovane, vecchio. “Sapete chi è che continua di più a praticare l’Ashtanga?” domanda ”Sono i trentenni, i quarantenni e i cinquantenni, non i ventenni che la gente associa generalmente a questo tipo di pratica. Le persone più avanti con gli anni sono più concentrate.” (Durante questo nostro workshop c’era un certo numero di questi “vecchi” studenti).

Per rendere l’Ashtanga accessibile a coloro che non riescono ad eseguire ogni asana o movimento nel modo prescritto, David offre delle alternative “in modo che tutti possano divertirsi e godere della pratica.” Per esempio se non riuscite e volare in Vinyasa, potete saltare, camminare o avanzare lentamente. Se non riuscite e sollevarvi e saltare indietro, sollevatevi soltanto (o cercate di sollevarvi) e rotolate in avanti e saltate indietro, o fate entrambe le cose. Se non riuscite a fare il cane che abbaia a gambe tese, potete farlo con le ginocchia a terra. (Il suo libro spiega dettagliatamente queste alternative).

L’approccio pratico di David all’Ashtanga si è concretizzato in un workshop pieno di insegnamenti pratici e utili. Per esempio ci ha mostrato che per volare o saltare morbidamente in avanti dalla posizione del cane che si distende, si devono inclinare in avanti e verso il basso le pelvi e sollevare le anche mentre si spingono indietro le gambe tese. In genere si tende a far crollare le anche, ripiegare le pelvi e piegare le ginocchia. Inoltre, invece di spingere in giù i piedi, egli suggerisce di usare i Bandha per opporre resistenza alla tendenza dei piedi a cadere in basso “come una fune che sostiene un carico di mattoni”. Mettendo in pratica questi “principi del volo” e lavorando con il nostro vicino che ci aiutava a sollevare le anche quando andavamo in avanti, i nostri salti sono diventati più leggeri e più facili. Anche nel salto all’indietro abbiamo lavorato sulle forze opposte di spinta delle braccia verso il basso e di sollevamento delle ginocchia verso il petto, mentre piegavamo la testa. Allora spostando lo sguardo in avanti e facendo scattare indietro le gambe potete atterrare in Chaturanga Dandasana. Con l’assistenza dei nostri vicini alla fine abbiamo avuto la sensazione di come la cosa avrebbe dovuto essere eseguita. David disse che anche se non riuscite a “tirarvi su” e saltare indietro, lo sforzo per sollevarsi alla fine fa sì che ci si riesca.

Egli sostiene che nell’Ashtanga la ripetizione è il segreto del successo.

Anche il suo modo di insegnare e correggere è altrettanto pragmatico. Ci ha insegnato come applicare i principi delle forze opposte e come aiutare gli altri a sentire meglio e più stabile la posizione. Per esempio ci ha illustrato il suo metodo del “carrello elevatore” per aiutare coloro che tendono a far collassare le costole verso il basso nella posizione del cane che si distende. Si è messo in piedi vicino alle mani dell’allieva, ha messo una sua mano sul sacro e da dietro ha posto il suo avambraccio sotto le costole dell’allieva, ha poi sollevato delicatamente le costole finché la spina dorsale si è allineata.

Il permesso di divertirsi
David ha un senso dello humour tranquillo, ma intrigante, che ha reso il workshop molto piacevole, anche se il lavoro è stato intenso. Mentre è molto serio per quanto riguarda il suo yoga e forse perché lo affronta con tanta passione, non è affatto dogmatico o rigido. Il suo rilassato modo di fare texano ci ha consentito di sentirci scusati se non abbiamo sempre eseguito il salto fra le mani nelle posizioni sedute o se abbiamo fatto solo il ponte invece di Urdhva Dhanurasana completo o se qualche volta abbiamo persino saltato qualche esercizio qua e là. La cosa principale, ha detto, è praticare al livello adatto a noi stessi, in modo da poterci concentrare sul respiro e trovare il punto di assenza di sforzo nello sforzo.

“La sfida aumenta la consapevolezza” sostiene David, “ma dobbiamo evitare di continuare a creare più dolore. Molto spesso i discepoli occidentali si struggono perché non riescono ad essere contenti se la posizione non è fatta bene. Perciò cercano di raggiungere livelli superiori di flessibilità e si sforzano. Così facendo rendono lo yoga un lavoro, mentre dovrebbe essere un santuario. La mia classe di yoga ideale è una classe in cui ognuno se ne esce sentendo di avere sfidato i propri limiti, ma sentendosi bene.” Direi che in questo workshop è stato proprio così.

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