Un'opinione personale

di Giuliano Vecchiè

Avere conosciuto Sri K. Pattabhi Jois è stato un grande onore ed una grande esperienza. Come si vede nel filmato qui riportato, Guruji ci ha accolti nel modo più semplice possibile rivelando di non essere stato mai colpito dal “complesso del vescovo”, cioè dal complesso del Guru.

L’ambiente dello yoga, almeno in Italia, è spesso pervaso da questa tendenza al “gurismo”, al credere di avere sempre un qualcosa da insegnare agli altri, di dovere sempre cambiare i comportamenti o le credenze degli allievi, verso i quali spesso ci si pone come veri e propri Maestri di vita. La tendenza alla critica verso gli altri stili di Yoga è un’altra di queste modalità comportamentali, secondo la quale il tuo stile di Yoga o il tuo Maestro di riferimento, è sempre meglio di tutti gli altri.

Un volta mi capitò di conoscere un “cosiddetto” Maestro di Yoga italiano e di scambiarci i rispettivi biglietti da visita. Nel vedere che nel mio biglietto da visita era riportata la scritta Ashtanga Vinyasa Yoga, mi approcciò dicendo: “Lo sai che io ho visto la morte in faccia?”
Naturalmente, se uno ti dice così, pensi che gli sia capitato un pauroso incidente da cui è uscito per pura fortuna e quindi gli risposi:” Oh, mi dispiace, spero non sia stata una cosa grave”. E “veramente pazzesca” fu la risposta che ricevetti:”No, non è per quello. É che io faccio Yoga, non queste cose qui! (indicando la scritta nel mio biglietto da visita).”
A parte il fatto che, vista le considerevoli dimensioni del suo ventre, forse un po’ di Ashtanga Yoga gli avrebbe fatto bene, comunque se non è arroganza questa!

É anche vero che spesso sono gli allievi a “creare” il loro Guru, proprio perché è il nostro bisogno di un punto di riferimento che ci porta a cercare e quindi a credere che una persona come noi possa effettivamente diventare la nostra guida nella vita e, perché no, il nostro definitivo Maestro.

Secondo me, il cosiddetto Maestro dovrebbe quindi porsi sempre in una posizione di “autocritica”,  proprio per evitare di trovarsi nel circolo vizioso del gioco delle parti del rapporto guru/chela, che, se è vero che rientra nella cultura indiana, e quindi potrebbe essere accettato in quel contesto, tuttavia in occidente dovrebbe essere sempre sottoposto a senso critico.

Trovare quindi un “Maestro/Non Maestro” è molto difficile e non è detto che gli atteggiamenti di quel Maestro non tendano a cambiare sulla base del numero di allievi raggiunto e del loro atteggiamento sempre più accondiscendente ed incensante nei suoi confronti. Cosa che potrebbe fare aumentare smisuratamente il suo Ego, facendogli perdere il senso della realtà. Non basta sapere andare in verticale braccia da seduti o porsi le due gambe dietro la testa per ritenersi un Maestro. Prendete un buon ginnasta e probabilmente potrebbe fare quelle cose anche meglio di un qualunque istruttore di Yoga.

Io ho sempre pensato, come Jiddhu Krishnamurti, che il Maestro lo devi cercare dentro di te e che quindi non c’è un gran bisogno di cercare altrove, tuttavia capisco che la maggior parte di persone abbia questa necessità interiore che comunque dovrebbe essere rispettata e, in un certo senso, soddisfatta.

Ecco perché ho apprezzato, ed apprezzo ancora Sri K. Pattabhi Jois, così come suo figlio, Sri Manju Jois. In Guruji (appellativo più di rispetto che di vera venerazione nei confronti del Maestro), nei due momenti in cui lo incontrai, trovai questo suo essere “Maestro/Non Maestro”, a cui il rispetto viene dato in modo talmente automatico e naturale che non hai bisogno di mostrarglielo stendendoti ai suoi piedi tutte le volte, ma semplicemente attraverso un reciproco sorriso.

Anche se negli ultimi tempi, per ragioni puramente burocratiche, legate al grande flusso di allievi verso Mysore, sono state applicate regole più restrittive di partecipazione, tuttavia il personale atteggiamento di Sri K. Pattabhi Jois non è mai cambiato. Severo in aula, dove la richiesta e l’aspettativa di una forte e visibile leadership è evidente, tuttavia, una volta abbandonati i panni del Maestro, Sri K. Pattabhi Jois diventava abbordabilissimo, sempre sorridente, sempre disponibile a farsi fotografare per amore degli allievi, ma non sempre disponibile a risolvere i tuoi problemi personali che, proprio perché tali, dovevano essere di tua totale gestione e responsabilità. E qui fa la differenza rispetto ad altri maestri che, al contrario sono sempre apparentemente disponibili a darti suggerimenti, consigli, se non addirittura ordini, e tutto per ill “tuo” interesse e per il tuo “sviluppo spirituale”, ma molto spesso per pura espansione del proprio EGO, gratificato dalle richieste di abbandono e totale accettazione nei suoi confronti.

Io ringrazio Maestri come Guruji e Manju Jois per come hanno vissuto e vivono il loro rapporto con gli allievi, lasciando che, attraverso la pratica (“do it and all is coming”, soleva dire Sri K. Pattabhi Jois) e solo attraverso il tuo sviluppo personale, tu possa entrare nella vera essenza dello Yoga, che non è farsi vedere, ma percepire, intuire, essere se stessi. E questo è un percorso ben più difficile, perché la responsabilità ricade nelle tue mani e non in quelle del Maestro, permettendoti con ciò di maturare e di arrivare ad avere una fiducia di te stesso che non è la proiezione di comportamenti non tuoi, ma la versa scoperta della tua vera essenza.

Grazie Guruji, e speriamo di rincontrarci in qualche altra vita.

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