Ashtanga per tutti (intervista a David Swenson)

Intervista di Giuliano Vecchiè (estratto da Yoga Journal, Italian Edition)

Ironia, intraprendenza e creatività sono le qualità che hanno permesso a David Swenson di rendere questo stile adatto a ogni praticante. Ai suoi seminari si consiglia di arrivare molto in anticipo o almeno puntuali: il rischio è quello di non trovare più posto per il tappetino. Dall’America all’India, ogni workshop guidato da David Swenson, frizzante insegnante di Ashtanga Yoga, registra il tutto esaurito. Yoga Journal l’ha incontrato e intervistato all’ultima edizione del London Yoga Show.

Negli anni Settanta, periodo in cui ha cominciato a seguire lo yoga, l’America era pronta ad accettare tale disciplina, la sua filosofia e i primi praticanti? Come ha incontrato l’Ashtanga Yoga?

"Negli anni Settanta lo yoga non era molto popolare in America. I praticanti erano anime avventurose in cerca di un significato più profondo della vita. In quel periodo vivevo in Texas dove la disciplina indiana era ancora meno conosciuta rispetto ad altre parti degli Stati Uniti. Si trattava di qualcosa di talmente nuovo che l’atteggiamento delle persone nei confronti dello yoga era fra lo sbalordito e il confuso. Consideravano, inoltre, noi praticanti persone un po’ bizzarre. Ci esercitavamo soprat- tutto all’aperto perché non esisteva qualcosa di simile a una scuola. Mio fratello maggiore Doug mi ha introdotto alla disciplina quando avevo 13 anni.Praticavamo con l’aiuto di qualsiasi testo si potesse trovare all’epoca. Nel 1973 mi sono trasferito nella California del Sud e lì ho incontrato David Williams e Nancy Gilgoff, insegnanti di Ashtanga Yoga, con i quali ho se­guito la mia prima lezione. Mi è piaciuto subito moltissimo e mi sono gettato a capofitto nella pratica. E con grande entusiasmo ho continuato a farlo per tutti questi anni".

Sri Krishnamacharya è stato lo stesso mae­stro di B.S.K. Iyengar e di Sri K. Pattabhi Jois. Si dice infatti che i due stili siano piut­tosto simili con poche differenze. Qual è il suo parere a riguardo?

"Penso che in generale tutti i vari metodi yo­ga abbiano lo stesso unico scopo: calmare la mente e portare pace all’anima. Iyengar Yoga e Ashtanga Yoga possono essere con­siderati complementari. Sebbene, infatti, si basino su principi differenti, il fine è lo stesso per entrambi: generare benessere nella persona".

A volte si ha l’idea che l’Ashtanga Yoga sia una pratica riservata a una piccola élite di persone con una buona preparazione atle­tica. Cosa ne pensa a riguardo?

"Penso che questo stile sia adatto a chiunque, ma non sia per tutti. Dico questo perché ogni persona è attratta da un metodo yoga differen­te, ma è possibile condividere tale pratica con chiunque. Si tratta di uno strumento incredibile per coloro che desiderano godere dei suoi bene­fici. Sta poi alla capacità dell’istruttore trovare il modo di applicare i principi di tale pratica alle necessità del singolo individuo. Ho visto Pattabhi Jois lavorare con un ragazzo tetraple­gico che era paralizzato dal collo fino ai piedi. I suoi genitori lo accompagnavano alla scuola di yoga dove il maestro insegnava. Il ragazzo veniva fatto sedere sul tappetino e Pattabhi Jois, portava manualmente il suo corpo a com­piere un asana. Cercava di fargli mantenere la posizione chiedendogli di respirare a lungo e profondamente. Ciò dimostra che questo stile può essere plasmato sulle caratteristiche personali di ogni individuo. Ho lavorato con persone differenti, con vari livelli di prepara­zione atletica e con ogni tipo di limitazioni alla mobilità. Da tutto ciò ho imparato che, per svolgere un lavoro attento, sono necessari un occhio creativo e una buona conoscenza dei principi su cui poggia l’Ashtanga".

E quali sono in sostanza i suoi benefici?

"L’Ashtanga Yoga non è una panacea per lo stress e i malanni che possono colpirci, ma alla luce della mia trentennale esperienza credo che sia uno strumento portentoso per conoscerli che mi è stato di grande aiuto in tutti gli aspetti della mia vita".

Esistono persone che soffrono di patologie degenerative e trovano difficoltà nell’ese­guire i movimenti in modo dinamico. Come si adatta la pratica agli individui che pre­sentano questo tipo di problemi?

"È necessaria una profonda conoscenza e abilità da parte dell’insegnante per capire come modificare la pratica affinché ogni studente ne possa trarre il massimo vantag­gio. Se qualcuno non riesce a eseguire i salti, per esempio, esistono molti altri metodi che permettono di collegare le posture l’una all’al­tra regalando gli stessi benefici. L’Ashtanga riguarda effettivamente gli aspetti più sottili dello yoga, come il respiro, il prana e l’energia. Gli asana e i vinyasa sono solo alcune tecniche più esteriori e fisiche".

E i bandha?

"Nell’Ahstanga viene dato risalto alla respi­razione nota come Ujjayi. È una pratica sin­golare nella quale creiamo un leggero sibilo del respiro nella parte posteriore della gola, sia in inspirazione che in espirazione. Il suono così creato diventa la nostra guida per focalizzare l’attenzione. Il suono e la qualità del respiro ci indicano esattamente il modo in cui si ese­guono gli asana e il livello di concentrazione mantenuto. È qui che avviene il perfeziona­mento della pratica. I bandha sono le valvole di energia interne del nostro corpo (perineo, diaframma, gola, ndr). Nel portare l’attenzione a queste specifiche zone impariamo a dirigere i flussi energetici nel nostro organismo e la pratica comincia a diventare, con il tempo, più facile: meno centrata sui muscoli e più sul prana e la forza vitale".

Che ruolo ha la meditazione?

"Questo stile è una meditazione in movi­mento. Solitamente tale pratica viene consi­derata sedentaria, ma l’Ashtanga non è così. Il famoso monaco buddhista Thich Naht Hanh ha scritto molti libri su questo argomento en­fatizzando la meditazione in cammino o altre attività che possono essere considerate come metodi per migliorare la profondità della per­cezione interiore. Questo stesso approccio vale anche per l’esecuzione degli asana. Gli aspetti meditativi della pratica sono determinati dal modo in cui svolgiamo gli esercizi".

Secondo lei quali dovrebbero essere le prin­cipali caratteristiche di un buon insegnante yoga, specialmente ora che stiamo sempre più assistendo a un proliferare di istruttori in tutto il mondo? Ha qualche consiglio speciale per i nuovi insegnanti?

"Il vero compito di chi insegna è quello di facilitare, incoraggiare e ispirare la pratica negli allievi. L’istruttore che riesce a fare ciò è un buon maestro. Come insegnante invito i miei studenti a essere pazienti nella pratica: lo yoga è un viaggio lungo una vita e ciascuno di noi rimane costantemente un eterno studente. Anche quando diventiamo insegnanti, quindi, non dobbiamo mai cessare di essere allievi. È fondamentale continuare a imparare. Credo che i più grandi maestri abbiano l’insita ca­pacità di trasmettere la complessità dello yoga in modo semplice, interessante e alla portata di tutti".

Qual è il messaggio che un insegnante do­vrebbe portare per rendere attuali concetti come Yama e Niyama?

"Nella filosofia dell’Ashtanga, Yama (restrizio­ni, ndr) e Niyama (osservanze, ndr) accrescono il loro significato con il tempo. Quando si intraprende un percorso yoga, qualcosa dentro ognuno di noi cambia. Si sviluppa cioè una mag­giore consapevolezza che lentamente germoglia come una pianta. Se continuiamo a innaffiarla con la pratica regolare, la pianta cresce. Ed è proprio durante tale evoluzione che si mani­festano Yama e Niyama. Mentre progrediamo negli asana entriamo in contatto con differenti stadi di sviluppo che attraversano tutti gli otto rami dello yoga (yama, niyama, asana, pranayama, prathyahara, dharana, dhyana e samadhi, ndr) e por­tano a compimento la pratica. Per questo lungo cammino occorre un grande impegno a ricercare le più profonde verità della nostra esistenza.  Se osserviamo la natura possiamo trovare ispirazione: nei tropici esistono alcuni alberi che possono nascere da un timido virgulto e diventare un completo esemplare nell’arco di un solo anno. Generalmente questi alberi sono fragili. Esistono però altre specie che impiegano molti anni per maturare. Il legno di questi alberi è il migliore e il più durevole di tutti. Questo significa che gli esemplari più forti crescono più lentamente ma con costante determinazione: un esempio per chi pratica".

Ha un aneddoto divertente da raccontarci sul suo incontro con Pattabhi Jois?

"Ho incontrato Pattabhi Jois nel 1975 durante la sua prima visita negli Stati Uniti. È stato un periodo ricco di stimoli. Durante le sue lezioni il maestro ha sempre precisato come lo yoga sia 99% pratica e 1% teoria e ripetuto continuamente questa sua massima “fai la tua pratica e tutto avverrà da solo”. Questi sem­plici suggerimenti si sono dimostrati efficaci nella mia vita e Pattabhi Jois è stato per molte persone una fonte d’ispirazione per dedicarsi alla pratica. Ha 93 anni e continua ad essere un modello per i praticanti di tutto il mondo".

Da mia moglie Margherita Barbisio è stato tradotto in italiano il manuale “Ashtanga Yoga” scritto da David Swenson (Ashtanga Yoga Production 25€). Si tratta di un volume completo e dettagliato che attraversa tutti gli aspetti fon­damentali di questo stile.

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