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Cos'è Ashtanga Yoga

L'Ashtanga Vinyasa Yoga è una forma di Yoga dinamico e impegnativo, che ha alla base la sincronizzazione di movimento e respiro (Vinyasa). É caratterizzato ogni volta dall'uso della stessa serie di posizioni. Con la combinazione del respiro controllato e delle contrazioni di alcune parti del corpo (bandha}, di posizione in posizione, si determina un grande calore interno. Questo calore vi farà sudare, cosa che determina la purificazione delle giunture, dei muscoli e degli organi interni. La serie iniziale è chiamata Prima Serie (Yoga Chikitsa} ed è stata pensata per rinforzare, allineare e aprire il corpo e la mente.
L'Ashtanga Yoga richiede un certo sforzo, ma gli effetti che risultano dalla pratica regolare sono un corpo morbido, leggero e forte.

VINYASA
L'Ashtanga Yoga, così come insegnato da Sri K. Pattabhi Jois, si basa su di un sistema scientifico, il cui testo di riferimento e lo "Yoga Korunta", un antico testo di Rishi Vamana riportante le famose parole "Oh yogi! Non praticare gli asana senza vinyasa". Nello Yoga Kurunta vengono descritte le ragioni e i vantaggi degli asana.
II vinyasa significa lettera!mente "sistema di respiro in movimento" e il sistema si basa sulle seguenti regole:
1.   Esiste un numero specifico di respiri per ogni volta che si entra e si esce dalla posizione (asana).
2.   Sincronizzando i movimenti con il respiro Ujjayi e le contrazioni di determinate parti del corpo, chiamate Mula Bandha e Uddiyana Bandha, si determina un grande calore interno che purifica muscoli e organi interni. Ciò porta ad ottenere un corpo forte e leggero.
3.   Vinyasa significa collegamento da asana ad asana all’interno di una serie specifica.
4.   II Vinyasa regola il respiro e determina una più efficace circolazione sanguigna.
5.   II sistema Vinyasa rinforza ed allinea il corpo.
6.  Nel focalizzarsi sul lavoro con il corretto numero di vinyasa, la pratica diventa concentrata, il respiro si fa ritmico e il corpo diventa forte e la mente calma.
É importante enfatizzare I'importanza di apprendere il sistema Ashtanga Vinyasa da un insegnante che conosca il metodo tradizionale. Solo un insegnante qualificato può fornire il consiglio più corretto per uno sviluppo sicuro e stabile della pratica, senza problemi per il corpo e la mente.

L’ASHTANGA YOGA DI SRI K. PATTABHI JOIS
Lo Yoga è una filosofia di vita, che ha anche la potenzialità di creare un corpo e una mente sani.
L'Ashtanga Yoga, praticato correttamente, nel giusto ordine, porta il praticante a riscoprire le sue potenzialità in tutti i livelli della coscienza umana - fisico, psicologico e spirituale. Attraverso questa pratica del giusto respiro (Ujjayi Pranayama), delle posizioni (Asana) e della concentrazione dello sguardo (Drishti), raggiungiamo il controllo dei sensi e una profonda consapevolezza di noi stessi.
Nella costanza della pratica, eseguita con regolarità e devozione, si acquisterà la stabilita del corpo e della mente. "Ashtanga" letteralmente significa "otto passi".
Questi passi sono descritti da Patanjali come: Yama (astinenze), Nyama (osservanze), Asana (posture), Pranayama (controllo dell'energia attraverso il respiro), Pratyahara (ritiro dei sensi), Dharana (concentrazione), Dhyana (meditazione) e Samadhi (contemplazione).
Questi passi interagiscono I'un I'altro. L'asana è la base di una corretta pratica del pranayama ed è la chiave dello sviluppo degli yama e nyama. Quando si saranno appresi bene i primi quattro passi, che sono quelli relativi al nostro rapporto con I'esterno, si otterrà I'evoluzione spontanea degli altri quattro, focalizzati sullo sviluppo interiore.

Pattabhi-Jois
Sri K. Pattabhi Jois, fondatore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga

"VINYASA" SIGNIFICA MOVIMENTO SINCRONIZZATO COL RESPIRO

Il respiro rappresenta il cuore della pratica e collega un asana all'altro in un ordine ben preciso. Sincronizzando il movimento con il respiro e praticando Mula Bandha e Uddiyana Bandha (contrazioni della parete pelvica e dell'addome), si determina un intenso calore interno. Questo calore purifica muscoli e organi, eliminando Ie tossine. il respiro regola il vinyasa e assicura un’efficiente circolazione del sangue nel corpo. Il risultato sarà un corpo forte e leggero.
Nel sistema Ashtanga vi sono tre gruppi di sequenze.
La Prima Serie (Yoga chikitsa) disintossica e allinea il corpo. La Serie Intermedia (Nadi sodhana) purifica il sistema nervoso aprendo e purificando i canali energetici. Le Serie Avanzate A, B, C, D (Sthira bhagah sampta) integrano la forza e la grazia della pratica e richiedono tuttavia un grande grado di flessibilità e umiltà.
Ogni livello è propedeutico al successivo, e va appreso perfettamente prima di proseguire. Ogni posizione è infatti la preparazione per I'altra, poiché sviluppa la forza e l’equilibrio richiesti per la successiva.

"IL RESPIRO É VITA"
Respiro
: non ci stancheremo mai di ribadire che un respiro profondo e continuo rappresenta il cuore del sistema Ashtanga Yoga. Quando il respiro nutre I'azione e I'azione nutre la posizione, ogni movimento diventa morbido, preciso e perfettamente stabile.
Secondo gli insegnamenti di Sri T. Krishnamacharya e di Sri K. Pattabhi Jois, Il "respiro è vita". II respiro è il nostro atto più vitale e fondamentale e contiene un'essenza divina; I'esalazione dell’ultimo respiro è un movimento verso Dio, e I'inspirazione e I'espirazione provengono da Dio.
Con lo sviluppo di una respirazione lunga e profonda, la mente diventa calma e concentrata, i pensieri si fermano ed ogni movimento fluisce morbidamente e in modo preciso di asana in asana attraverso il completamento di tutta la serie. Quando il respiro e il movimento fluiscono senza sforzo e in perfetta armonia, la pratica dell'Ashtanga trascende la coscienza e si evolve verso la leggerezza della meditazione in movimento.

Pratica: si dice che dove non c'e sforzo non c'e beneficio.
La forza, il vigore e il sudore sono aspetti peculiari di questo Yoga tradizionale. Questa pratica impegnativa richiede un certo sforzo e la purificazione del sistema nervoso per cui la mente diventa lucida, chiara e attenta.

YOGA SUTRA DI PATANJALI E ASTHANGA VINYASA YOGA
di Giuliano Vecchiè
Nel primo mantra dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, si fa riferimento a Patanjali, il quale, sotto forma di Adisesa, il serpente divino dalle mille teste (sahasrara), simbolo dell’infinito, viene onorato quale fondatore del sistema Yoga che da lui prende il nome e che è alla base dell’Ashtanga Yoga.
La parte sotto riportata non vuole essere un’interpretazione degli Yoga Sutra, per il quale già esistono autorevolissimi commenti, primo fra tutti quello di Vyasa, ma semplicemente un breve sunto della sezione relativa al significato di Yama e Nyama. i due primi “Rami” dell’Ashtanga Yoga, spesso molto trascurati.
Nella pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga (ricordiamo che per “Ashtanga Yoga” si intende prettamente la sezione riportatata nel 2° capitolo degli Yoga Sutra relativamente agli otto passi dello Yoga che portano alla liberazione), lo Yama e il Nyama sono la base di partenza per la pratica, anche se la loro interpretazione potrebbe discostarsi talvolta da quella classica. Infatti un’enfasi particolare viene data all’applicazione degli Yama e Nyama nella pratica quotidiana e la loro interpretazione potrebbe essere la seguente, così come ci viene suggerita, per alcune voci relative a Yama, dal M° John Scott nel suo libro sull’Ashtanga Yoga:

YAMA
Ahimsa: non forzare la pratica, evitare di farsi male
Spesso si vedono persone che, credendo di essere brave in altri sport o di avere già fatto bene altri tipi di yoga, pensano di potere già accedere ai livelli superiori dell’Ashtanga, o di forzare la proprio pratica per arrivare ai livelli di chi è già avanti. Ciò è uno dei maggiori errori che si possa fare, in quanto la pratica viene iniziata male già da subito, con aspettative altissime, poi deluse in breve tempo. É una delle cause maggiori di infortuni durante la pratica e, di conseguenza, di abbandono.

Satya: essere sinceri con sé stessi, non raccontarsi delle frottole
Si conoscono tanti allievi che, pur tessendo lodi sperticate sull’Ashtanga Yoga e sulla pratica, alla fine rinunciano a venire in Yoga Shala in quanto impediti da tanti “impegni” o difficoltà più o meno oggettive. L’importante è non trovare scuse verso sé stessi. Un tal giorno non si ha voglia di andare in Yoga Shala o di praticare? Bene! Ammetterlo a sé stessi e non sentirsi in colpa per questo. Vorrà dire che quando ce la sentiamo e sinceramente riconosciamo che le motivazioni apportate sono solo delle “scuse”, ci verrà di nuovo la voglia di praticare.

Asteya: non essere gelosi delle capacità altrui
Ognuno nasce con dei doni che gli sono stati dati e c’è chi nasce più sciolto di altri. Questo tuttavia non vuol dire che poi possa diventare un maestro migliore di chi ha fatto grande fatica a raggiungere una pratica sufficiente per poterla insegnare o per poterla fare al meglio. Anzi spesso è vero il contrario, in quanto chi ha dovuto sudare per raggiungere il livello che ha raggiunto ha meditato sulla posizione, si è concentrato sugli errori, ha “vissuto” la postura e ne è diventato padrone. Chi invece nasce già capace di fare tutto, spesso non avrà gli elementi, o l’esperienza sufficiente per raccontare agli altri come ci è arrivato.

Brahmacharya: non sprecare energia vitale
É un comandamento sempre molto discusso per le implicazioni che esso comporta. Fondamentalmente può essere interpretato come non sprecare l’energia che abbiamo sviluppato con la pratica, ma, al contrario, farne tesoro.

Aparigraha: non legarsi al “progresso a tutti i costi” - assenza di avidità
Qualche volta si vede qualche praticante che invece di concentrarsi sulla propria pratica, sbircia di qua o di là per vedere quanto è avanti il suo collega di fronte o di fianco, oppure continua a mettersi a posto guardandosi continuamente allo specchio. A parte il fatto che negli Yoga Shala gli specchi sarebbero da abolire, in quanto oggetto di distrazione, questo atteggiamento porta comunque ad una pratica di poca consistenza in quanto l’aspetto del Pratyahara (ritiro dei sensi), cioè della concentrazione su se stessi, tende ad affievolirsi portando alla perdita del respiro, alla dimenticanza della sequenza, all’accelerazione della pratica, con conseguente sensazione finale di maggiore fatica dovuta alla cattiva respirazione.

NIYAMA
Saucha: pulizia interna/esterna
A parte il fatto che Saucha comprende anche tecniche di Sat-Kriya, cioè di pulizia interna ed esterna, tuttavia per quanto riguarda l’Ashtanga Yoga, questo potrebbe essere interpretato come l’eliminazione delle tossine determinata dalla pratica attraverso il riscaldamento del corpo e la copiosa traspirazione.

Santosa: accontentarsi, essere appagati
Non tutti possono diventare un David Swenson, giusto per nominare un “fenomeno” nel mondo dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, ed è giusto che nella pratica ognuno applichi la sua determinazione e la sua volontà per arrivare al proprio benessere psico-fisico, senza avere mire eccessive che potrebbero portare solo a delle cocenti delusioni. Essere appagati significa proprio questo: accontentarsi di dove si è e di dove si è arrivati, sperando di potere fare qualche altro passo in avanti, ma senza per questo perderci il sonno.

Tapas: austerità, sviluppo della volontà
Qualche principiante, nell’assistere per la prima volta ad una sessione di Ashtanga Yoga potrebbe spaventarsi pensando a quale “mostruosa” forza di volontà occorre applicare per arrivare ai risultati che sta osservando negli allievi esperti.
Certamente chi già pratica Ashtanga sa che se manca quel minimo di forza di volontà i risultati non verranno mai da soli. Ma più che forza di volontà, si potrebbe parlare veramente di “austerità”, con ciò implicando un atteggiamento mentale di serietà, impegno, “calore” della volontà e derminazione, il tutto racchiuso nel termine Tapas (“calore”).

Swadhyaya: studio di sé
L’interpretazione classica parla di dedizione intellettuale ed emotiva al Sé, mentre nel nostro ambito è più giusto parlare di studio di sé, intendendo con ciò lo studio di noi stessi e delle nostre reazioni di fronte alla pratica e ai suoi risultati.
Una cosa strana che si evidenzia spesso nell’ambito dello Yoga in generale e non solo dell’Ashtanga Yoga, è un evidente aumento del senso dell’IO, il così detto “Ego espanso”, fenomeno attuale e per nulla in diminuzione. Sembra proprio che il mettere i piedi dietro alla testa, andare sulla testa o essere capaci di altre meravigliose performance ad un certo punto possa dare  “alla testa”.
Questo fenomeno si riscontra certamente anche in altre realtà, ma nello Yoga colpisce di più in quanto disciplina che dovrebbe portare ad un’immagine più realistica di sé.
Una volta chiesi al M° David Swenson perché ciò accadesse e interessante fu la sua risposta: “lo Yoga è un come un campo  che di volta in volta diventa sempre più fertile e qualunque cosa tu ci coltivi cresce rapidamente. Sia che tu ci coltivi cose positive che il tuo Ego, tutto crescerà in modo enorme.” Dal che si deduce che sta a te non coltivarci anche l’Ego ed evitare che esso si espanda sempre di più.
A tal riguardo, gli Yoga Sutra parlano espressamente di "klesha", cioè delle "afflizioni" che oscurano la reale natura del Sè. Essi sono: Avidya= ignoranza; Asmita=Egotismo; Raga=passione; Dwesha=repulsione e Abinavesha=paura della morte...

Isvara-pranidhana: rivolgere il proprio pensiero a Ishwara
Potrebbe collegarsi alla voce suddetta, nel senso che rimandando ad un’entità superiore le nostre abilità e capacità, questo potrebbe aiutare a diventare più modesti e realistici, pensando anche a cosa dice quel tale maestro cinese: "ricorda che anche se ti ritieni una montagna molto alta, ci sarà sempre una montagna più alta di te."